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Le invasioni barbariche

locandina le invasioni barbariche
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Regia: Denys Arcand
Interpreti: Rémy Girard, Stephane Rousseau, Roy Dupuis, Dorothée Berryman
Anno di produzione: 2003
Durata: 99’
Tipologia: lungometraggio
Genere: drammatico
Paese: Canada-Francia

La storia: Rémy (Rémy Girard), un cinquantenne professore di storia, è un malato oncologico terminale e viene ricoverato. L’ex moglie Louise (Dorothée Berryman) chiede al figlio Sébastien (Stephane Rousseau), uomo d’affari che vive a Londra, di venire a trovare il padre, anche se tra i due i rapporti si sono interrotti da tempo. Sébastien raggiunge l’ospedale a Montréal; resosi conto della gravità della malattia del padre, cerca di fare di tutto per rendergli gli ultimi giorni lieti e sopportabili. Così, grazie al denaro paga funzionari ospedalieri e sindacalisti per mettere in ordine il reparto, chiama a raccolta i vecchi amici del padre, paga alcuni ex-allievi perché lo vadano a trovare, fino a commissionare dell’eroina per alleviare i dolori della malattia. Il tempo passa inesorabilmente fino a quando Rémy — stanco ma in fondo sereno — si allontanerà dalla vita con un’overdose, che lo libererà dalla continua sofferenza.

Chi sono i barbari, gli invasori? Sono gli iconoclasti, le interpellanze post-undici settembre al sussiegoso conformismo neocapitalista occidentale; domande/realtà che infrangono annosi tabù, con ironia e sofferta partecipazione; e che celebrano la sconfitta della non-speranza, gemella, nell’immaginario collettivo, del male “che non può guarire”; l’evento che sorprende famiglia ed amici di Remy, gaudente intellettuale, socialista, scettico e libertino, che sta morendo di cancro. La malattia che incrudelisce su un uomo ancor ieri forte e sanguigno, oggi smarrito e inerme nella sua fragilità, smaschera questa circostante, non innocente, inconsapevolezza: insinua interrogativi radicali sui significati del vivere e suggerisce la legittimità d’una risposta di condivisione, capace di lenire la paura e il dolore con la pietà ed il conforto della parola. Questo retroterra di umanità riscoperta giorno dopo giorno ispira l’intera narrazione, doviziosa di episodi e scintillanti dialoghi, promuovendola a testimonianza di una parabola che, nell’intreccio tra clinica e bioetica, trova spunti e vigore per interpellare intelletto e coscienza. Il film può quindi esser letto come una polifonia sul rispetto dell’altro: condivisione di parole e silenzi, di gesti ed inerzie. Disegna un luogo elettivo di compassione e ne ribadisce il fondamento: la necessità di riconoscere dignità e valore alla vita in qualsiasi frangente e condizione.

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